I beni sequestrati a chi non paga le multe? Costano allo Stato molto più delle sanzioni non riscosse. Così una mancata entrata si trasforma in un'emorragia. Lo rivela la Corte dei Conti in un testo choc, quello relativo ai debiti e alle spese del ministero dell'Interno. Nel solo 2002 il ministero ha dovuto stanziare 48 milioni e 654 mila euro per le "spese, comprese quelle di custodia delle cose sequestrate, connesse al sistema sanzionatorio delle norme che prevedono contravvenzioni punibili con l'ammenda". I costi maggiori sono per i depositi dove vengono parcheggiate, spesso per decenni, le auto sequestrate. Tra l'altro spesso questi costi si trasformano in debiti, perchè il Ministero è eternamente a corto di soldi. Ma invece di buttare circa 100 miliardi di lire l'anno in queste "spese di custodia" non converrebbe rivedere tutto? E magari usare quel denaro per migliorare la sicurezza dei cittadini?
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maggio 2007
Auto sequestrate? Ci costano 48 milioni di euro
Scritto il 31/05/07 alle 17:09 | Permalink | Commenti (19) | TrackBack (0)
Tutto l'oro gettato nei rifiuti campani
Nel numero in edicola de L'espresso trovate un articolo di Marco Ratti sui costi dell'emergenza rifiuti in Campania. Eccone una sintesi.
La situazione in Campania continua a precipitare, trasformandosi da disastro ambientale in allarme sanitario. Con il caldo si moltiplicano i roghi di immondizia che disperdono diossina nell’aria e nei terreni. Ma un’epidemia c’è già: è quella dei conti pubblici. Perché per tamponare il problema fino al 2005 si sono già spesi 856 milioni di euro nella sola Campania, senza che la normalità si sia avvicinata. La Corte dei conti con una relazione monumentale ha cercato di capire come siano stati utilizzati i fondi gestiti dai commissari straordinari del governo in tredici anni di ordinaria emergenza. Risultato: per ripulire Campania, Puglia, Calabria, Sicilia e Lazio a fine 2005 se ne erano già andati 1.800 milioni di euro. Di questi, quasi 400 milioni ossia 800 miliardi di vecchie lire erano stati impiegati per pagare stipendi e uffici. Una montagna di soldi sommersa dalla spazzatura, senza che gli obiettivi siano stati neppure lontanamente sfiorati.
L’occhio del ciclone è in Campania, dove sono stati bruciati più di 850 milioni fino al 2005. Dal ’94 a oggi, ai vertici della struttura si sono alternati il prefetto Guido Improta, i governatori Antonio Rastrelli, Andrea Losco, Antonio Bassolino, un altro prefetto, Corrado Catenacci, e dallo scorso ottobre il capo del dipartimento della Protezione civile, Guido Bertolaso. Insomma, uomini di destra e di sinistra, grand commis e superprefetti ma al termine di ogni “reggenza” l’esito finora è stato sempre lo stesso: nuova proroga dello stato di emergenza perché il problema non era stato risolto.
Eppure, chi lavora per l’emergenza non si è fatto mancare proprio nulla. Nel 2005 la struttura commissariale era composta da 101 persone, anche se a fine 2006 un’ordinanza della presidenza del Consiglio ha fissato il tetto massimo a 70 dipendenti. I magistrati contabili fanno notare che «nel corso degli anni si è prodotto un aumento rilevantissimo delle indennità e dei compensi ai commissari, vicecommissari e subcommissari», arrivando a superare i 10 mila euro mensili. Inoltre, la mancanza di controlli interni ha consentito gravi irregolarità. Con i telefoni pagati dal commissario, i dipendenti si sono concessi qualche lusso di troppo: tra il ’99 e il 2003 le chiamate, escluse le ricariche, hanno inghiottito 724.680 euro, «e non sono poche quelle internazionali o verso i numeri speciali». E non è tutto. Secondo un documento dell’Ispettorato generale della Ragioneria dello Stato, «il commissario ha proceduto al rimborso delle spese sostenute dal subcommissario per raggiungere la sede di servizio (Napoli), senza tener conto che il compenso corrisposto era onnicomprensivo» e quei soldi, quindi, non gli erano dovuti. Il tutto, per un totale di 35 mila euro di biglietti aerei e spese pasti per oltre 7 mila. E nell’attribuzione di incarichi esterni, tornando
La conclusione dei giudici è drammatica: le soluzioni sono state varate solo quando diventavano un affare d’oro per le aziende. La Corte scrive: «Si ricava l’impressione che solo nel momento della coincidenza degli interessi pubblici con quelli privati, e assecondando sostanzialmente questi ultimi, la parte pubblica si sia attivata per porre fine a una situazione sempre più insostenibile». Nell’attesa di uscire dall’emergenza, i camion della nettezza urbana macinano più soldi che immondizia. Quando poi a pesare sui conti non sono i biglietti dei treni: 60 milioni di euro sono stati spesi per i convogli ferroviari che hanno portato i rifiuti in Germania. E questo solo per il periodo compreso fino a marzo 2004: denaro finito letteralmente nella spazzatura.
Scritto il 23/05/07 alle 10:42 | Permalink | Commenti (50) | TrackBack (0)
Cento milioni alla loro salute
L'ennesimo scandalo: soldi pubblici regalati alle cliniche private. Cento milioni di euro, senza che ne avessero diritto. Questa è una sintesi dell'inchiesta di Pescara sulla sanità abruzzese, che Primo Di Nicola racconta sul numero in edicola.
Oltre il buco anche la beffa. Perché in Abruzzo il tentativo di mettere ordine alla voragine nelle spese della sanità si è trasformato in una gigantesca truffa contabile a vantaggio dei baroni delle cliniche private. Secondo gli investigatori, i soliti noti delle case di cura convenzionate sono riusciti a mettere le mani su un tesoretto da 100 milioni di euro. Soldi prelevati dalle casse della regione con una facilità tanto impressionante quanto sospetta: è bastato presentare un’autocertificazione per ottenere fiumi di denaro. Una pacchia ai danni del contribuente, benedetta dalla vecchia giunta regionale di centrodestra e proseguita con modalità diverse anche con quella di centrosinistra. Adesso forse la festa sta finendo. Le Fiamme gialle, la Corte dei conti e la Procura della Repubblica di Pescara si sono calate nel baratro della sanità pubblica abruzzese, che fino al 2005 aveva accumulato debiti per 682 milioni di euro, cercando di capire quanto del denaro era stato realmente speso e quanto invece si era perso nei meandri del malaffare. Il risultato è choccante: ben 100 milioni di euro, 200 miliardi delle vecchie lire, sarebbero stati indebitamente riconosciuti ai titolari delle cliniche. Oltre 100 milioni che potrebbero venire richiesti a tutti i responsabili della giunta protagonista dello scandalo.
Al centro dell’intrigo c’è un meccanismo molto di moda nella finanza pubblica degli scorsi anni: la cartolarizzazione, ovvero la vendita di beni (crediti, immobili) pubblici. In Abruzzo si è pensato di applicarla alla sanità, con un progetto che avrebbe dovuto fare scuola nell’Italia delle regioni sprecone. Invece, secondo gli inquirenti, l’operazione si sarebbe trasformata in un capolavoro del malaffare. La brutta storia inizia nel 2004 quando l’allora governatore Giovanni Pace (An) decide di ripianare i debiti sanitari: tutti soldi che le Asl dovevano pagare alle cliniche private. Si stabilisce di cartolarizzare i crediti: la Finanziaria regionale (Fira) li acquista dai privati e li gira a una società veicolo (Cartesio srl); questa emette obbligazioni con i cui proventi la Fira paga i privati; la Regione rimborsa i titoli previo accordo con le Asl che devono riconoscere i crediti dichiarati dai privati. Così parte la cartolarizzazione: una prima tranche per 336 milioni conclusa da Pace nel 2004; un’altra da 346 milioni portata invece a termine dal successore Ottaviano Del Turco. È proprio sulla cartolarizzazione di Pace che la Guardia di finanza ha scavato a fondo. Secondo le Fiamme gialle l’operazione parte male sin dall’inizio, quando si tratta di individuare i crediti dei privati. Accanto a quelli vantati per prestazioni regolarmente fatturate e contabilizzate (credito performing) vengono infatti inseriti anche i crediti presunti (non performing). Ossia i crediti che i titolari delle cliniche potrebbero vantare in futuro per il periodo 1995-2001. È chiaro che si tratta di crediti non esigibili. Ma l’allora assessore alla Sanità Vito Domenici (Fi) nell’aprile 2004 va anche oltre: convoca i rappresentati delle case di cura invitandoli a formulare, addirittura «sotto forma di autocertificazione», le loro pretese per quei sei anni. Una manna per i padroni delle cliniche che presentano conti salati quanto evanescenti: chiedono 39 milioni alla Asl di Chieti, 38 a quella di Pescara, 23 a quella di Avezzano-Sulmona. In totale fanno quasi 100 milioni di euro nella ripartizione dei quali fa la parte del leone Vincenzo Maria Angelini, finanziatore di Forza Italia.
Il primo aspetto singolare della vicenda, spiegano le Fiamme gialle, è che mentre l’assessore chiede alle case di cura l’autocertificazione dei crediti, si guarda bene dal controllare la fondatezza di quelle richieste. Sì, nessuno verifica se i pretendenti avevano diritto o meno ai rimborsi milionari: non lo fa l’assessorato, non lo fanno nemmeno le Asl. È solo la Guardia di finanza a studiare le autocertificazioni. Gli investigatori scoprono che le somme invocate dai privati riguardano cure e ricoveri «in quantità eccedente il budget annualmente fissato dalla Regione»: cifre difficilmente esigibili in base ai regolamenti. Inoltre queste autocertificazioni sono connotate da «una manifesta carenza documentale» e in molti casi le prestazioni sanitarie relative non sono state nemmeno fatturate. Rimborsi per il nero? Non solo: per molti di questi crediti le case di cura non hanno avviato un contenzioso giudiziario, segno che non ritenevano di potere ricevere quei soldi. Insomma, un regalo.
Scritto il 18/05/07 alle 12:48 | Permalink | Commenti (23) | TrackBack (0)
Frattini express con auto blu
Dal riservato nel numero in edicola questa settimana
Scena di ordinaria italianità sul volo Palermo-Roma di venerdì 27 aprile. L’ aereo strapieno dell’Alitalia atterra alle 21 a Fiumicino e sono già pronti due pullman per trasportare i passeggeri, ma i portelloni non si aprono e la gente comincia a spazientirsi un po’. Passa qualche minuto e dall’altoparlante si sente un breve quanto pudico annuncio: «Il signor Frattini è pregato di mettersi in contatto con il personale di cabina». Il signor Frattini altri non è che Franco, vicepresidente della Commissione europea con delega alla Giustizia e alla Sicurezza. Sentito l’annuncio, l’ex ministro forzista si fa prontamente largo, insieme all’elegante dama platinata con la quale ha viaggiato, e scende dalla scaletta. Ad attenderli c’è un’auto blu che risparmia loro la scomodità dell’autobus. Irriferibili i commenti di alcuni passeggeri, mentre il deputato ulivista Sergio Mattarella, gentiluomo d’altri tempi, scuote la testa candida in segno di disapprovazione. Mattarella, che insegna diritto parlamentare all’università, conosce bene diritti e doveri. Di privilegi, invece, sa poco. F. B.
Scritto il 14/05/07 alle 16:22 | Permalink | Commenti (50) | TrackBack (0)
Quanti favori atomici
La Sogin, società incaricata di gestire gli impianti nucleari, ha firmato ieri un accordo che prevede di spendere 250 milioni per far "ripulire" in Francia 235 tonnellate di combustile nucleare. Una notizia positiva, anche se poi le scorie "trattate" torneranno in Italia dove non è stato ancora individuato un deposito per i rifiuti radioattivi. Ma cosa ha fatto negli scorsi anni la Sogin? Questo articolo di Primo Di Nicola ne L'espresso in edicola aiuta a capire.
Le vecchie centrali e gli altri impianti a rischio sono ancora in piedi a vent’anni dal referendum. E i 25 mila metri cubi di rifiuti radioattivi continuano ad aspettare di essere messi in sicurezza. Ci sarebbe stato tanto da fare, ma alla Sogin, la Società per la gestione degli impianti nucleari, incaricata della bonifica, si è pensato soprattutto a spendere. In ricche consulenze: come quella allo studio di Cesare Previti o quella affidata a Luigi Frati, preside della facoltà di Medicina della Sapienza di Roma, tirato in ballo nei mesi scorsi per i disservizi del Policlinico, ma chiamato dai vertici della Sogin a fornire illuminati pareri. O in iniziative singolari: come l’esosa partecipazione al Salone del libro usato della Fiera di Milano, distante anni luce dalla mission della società, ma da sempre nel cuore del senatore Marcello Dell’Utri. Oppure a fare assunzioni per accontentare alti dirigenti interni e uomini politici, del centrodestra soprattutto, che non si sono risparmiati in segnalazioni e lettere di raccomandazione, come risulta dalla documentazione di cui “L’espresso” è entrato in possesso. È il caso dell’ex sottosegretario Cesare Cursi (An) o dell’ex vicepresidente della Camera Publio Fiori: tutti in cerca di sistemazione per i loro protetti.
La consulenza elargita nel 2004 a Frati «riguarda gli aspetti radiologici delle attività di condizionamento di rifiuti e materie radioattive ed i loro eventuali impatti sanitari». Non si conoscono le risultanze del suo studio, quello che è certo è che all’incarico la Sogin doveva attribuire una grande importanza visto il compenso deciso per il professore: 50 mila euro. E che dire della partecipazione alla mostra del libro antico costata altri 257 mila euro? Il pretesto è stato quello di fare conoscere la società ai visitatori; in realtà si è trattato di un grazioso favore concesso agli organizzatori su sollecitazione di Riccardo Pugnalin, stretto collaboratore di Dell’Utri.
E Cesare Cursi? Lui, sempre nel 2004 scriveva a Giancarlo Bolognini, ad di Sogin, allegando il curriculum di Barbara Bellomo, laureata in ingegneria: «Come puoi rilevare», caldeggiava il sottosegretario, «la sua professionalità e le esperienze acquisite sono tali da poter sperare in una sua collocazione nella società da te diretta». Mentre Publio Fiori, che aveva a cuore le sorti del perito agrario Maurizio Paolantoni, scriveva al solito Bolognini per avere notizie sull’inquadramento del suo raccomandato «nell’ambito del servizio protocollo generale».
Linguaggio esplicito, come il clima regnante a Sogin. Un andazzo che non è piaciuto a molti parlamentari: Salvatore Bonadonna, senatore di Rifondazione, ha presentato interrogazioni sulla gestione della società, mentre il deputato Aleandro Longhi, ex diessino approdato al gruppo misto, sulle spese folli della Sogin ha addirittura chiesto una commissione parlamentare d’inchiesta. Che si tratti solo di accanimento politico da parte di esponenti della sinistra? No, perché sul gonfiamento degli organici della società, le spese strane e i costi delle consulenze hanno mosso critiche anche la Corte dei conti e, soprattutto, l’Autorità per l’energia e il gas. Quest’ultima, come soggetto erogante delle quote della bolletta elettrica pagata dagli utenti e destinata a Sogin (circa 1 miliardo di euro riconosciuti dal 1999 e il 2006) per finanziare il decommissioning nucleare, non ha addirittura riconosciuto alla società, per il triennio 2002-2004, una cifra di 5 milioni di euro che va fatta risalire proprio all’esplosione degli organici, alle consulenze e al denaro divorato dalla sede di Mosca (vedere scheda a fianco).
Capitolo assunzioni. Scrivono in tanti per sollecitarle. In molti casi le richieste sono state esaudite, per altri si aspetta ancora l’occasione giusta. Il direttore generale per gli armamenti aeronautici invoca l’assunzione del figlio Andrea Cardinali; Giorgio Bitti, segretario dell’ex viceministro Baldassarri, per conto del quali dice di scrivere, chiede un posto per Elisabetta Girardi, capo scout dell’Agesci; Salvatore Sfrecola, capo di gabinetto dell’ex vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, sollecita favori per Federico Fedele; Mario Palombo, senatore forzista ed ex alto ufficiale dei carabinieri, domanda un posto per Fabrizio Cordaro direttamente al generale Carlo Jean, presidente di Sogin fino a qualche mese fa: «Carissimo comandante», scrive con piglio militare, «mi permetto di segnalarti un elemento motivato e capace che ritengo potrebbe esserti molto utile». Come Claudio Moccia, esperto di “customer operations” in Telecom che, con la spintarella di Ernesto Marzano, fratello di Antonio, ex ministro delle Attività produttive, vorrebbe tanto sbarcare in Sogin; oppure come l’ingegnere Antonio Mazzamauro, per il quale si spende Federico Echberg, esponente romano di An, collaboratore di Adolfo Urso, l’ex viceministro delle Attività produttive. Rivolgendosi con una mail al capo del personale Sogin Maurilio Fraboni, Echberg spiega che «l’ingegner Mazzamauro mi è stato presentato da un amico di Adolfo». E tanto basta. Ma a sollevare l’indignazione dell’onorevole Longhi sono soprattutto altre pratiche eccellenti sbrigate da Sogin e concluse con puntuali assunzioni.
Quelle di Pierfrancesco Baldassarri, figlio di Mario (An), al tempo viceministro dell’Economia (il ministero che controlla Sogin); di Silvia Mucchi, nuora di Gustavo Selva (An), allora presidente della commissione Esteri della Camera; di Fiorenza Cocco, nuora di Paolo Togni, potente capo di gabinetto dell’ex ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, nonché membro del cda di Sogin. E non è finita. Ci sono le assunzioni sponsorizzate dal consigliere d’amministrazione Paolo Mancioppi (Andrea Pezzani, Roberto Nicolodi e Massimo Ziliani); dal suo collega Silvio Cao (Giancarlo Ventura, «una risorsa da non perdere per Sogin»); dal dirigente Angelo Papa (il genero Gianluca Gorini ) e quelle attribuite al capo del personale Fraboni: il cognato Romeo Panetta, la compagna Laura Dell’Ascenza nonché l’ex fidanzato di quest’ultima, Fabrizio Mandolini.
Manica larga anche per le consulenze. La Sogin può contare su una apposita direzione e un nutrito ufficio stampa. Ciononostante spende in un solo anno 260 mila euro per assicurarsi le prestazione della Civicom per la realizzazione di prodotti e servizi di comunicazione; 12 mila euro per il giornalista Rai Umberto Andalini per la riproduzione dei filmati sul nucleare consultabili nell’archivio di viale Mazzini e altrettanti per una «mappatura della realtà territoriale piemontese» affidata a Marco Reis, già addetto stampa di Enel e Enea. Dalla comunicazione al fisco: et voilà 10 mila euro per una consulenza allo studio Vitali-Romagnoli-Piccardi e associati dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti (che ne è uscito una volta entrato al governo). Dal fisco ai pareri legali ed ecco spuntare una parcella per lo studio Previti (altri 10 mila euro), proprio quello di Cesare, l’onorevole di Fi, chiamato a fornire lumi su una controversia tra Italia e Stati Uniti sulla proprietà delle barre di combustibile nucleare Elk River stoccate a Rotondella (Matera).
Un’autentica chicca la riserva l’ex presidente di Sogin, il generale Jean in persona. Nominato nel 2003 anche commissario per l’emergenza nucleare, con l’incarico di mettere in sicurezza gli impianti a rischio attentati dopo l’11 settembre e costruire un sito nazionale di stoccaggio per i rifiuti radioattivi, Jean vuole individuare i luoghi per questo deposito. Problemi economici non ne ha: la sua struttura commissariale può attingere ai fondi di Sogin. Dà quindi corso all’affidamento di uno studio, che per 37 mila 500 euro viene assegnato a Silvio Cao. Dov’è il problema? Sulla professionalità di Cao, niente da dire, è un ingegnere. Ma c’è un piccolo particolare: Cao, oltre che amico di Jean, è anche consigliere di amministrazione di Sogin, la società che paga la parcella.
Scritto il 10/05/07 alle 11:00 | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
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