E se dessimo un taglio alle spese degli ex presidenti? Dopo il Quirinale, anche il Senato riflette. Il fatto è che tra staff di segreteria e altri benefit ciascuno dei tre ex presidenti a carico del bilancio di Palazzo Madama, Nicola Mancino (ora vicepresidente del Csm), Marcello Pera (senatore di Fi) e Carlo Scognamiglio (non più rieletto dal 1996) continua ad assorbire risorse rilevanti: circa 500 mila euro l’anno. Perché si spende così tanto per i tre benemeriti? A causa delle generose dotazioni che nel tempo gli sono state riconosciute: anzitutto un ufficio (fino a quattro stanze). E un robusto staff: tre funzionari (ma al medesimo costo di uno di questi se ne possono ingaggiare anche due), due addetti alle mansioni esecutive (con lo stesso budget se ne possono prendere fino a quattro), un altro addetto alle mansioni ausiliarie. Naturalmente, tutto a carico del bilancio senatoriale. Poi c’è la vettura, fornita a richiesta dall’autorimessa di Palazzo Madama o messa a disposizione permanente se si dispone in proprio di un autista. Infine, per chi è ancora in carica come senatore, un rimborso di 2.600 euro (più Iva) per l’aquisto di un computer, un altro di pari importo per le spese telefoniche annue di una linea fissa Isdn o Adsl, un altro ancora di 5 mila euro per le spese di un cellulare.
P. D. N.
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Si parla di tagli e volano le polemiche. Fino a investire il Colle più alto della Repubblica, quello del Quirinale. Francesco Cossiga non ha peli sulla lingua: «Non metterò più piede là dentro nemmeno quando quelli lì mi convocheranno per le consultazioni di rito in caso di crisi di governo». Cossiga tuona, ma non è il solo a sentirsi colpito. Anche Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi, gli altri due ex presidenti della Repubblica, celano a fatica il loro disappunto e in privato si lamentano delle ultime iniziative del Colle.
Il vizietto dei voli blu è bipartisan, con pesanti virate a destra. Prima dell'Airbus da Gran Premio di Mastella e Rutelli, prima del Falcon in stile famiglia abruzzese di Marini e delle premiere alate di Bertinotti, gli anni della Casa delle libertà per le squadriglie di Stato sono stati logoranti. «Le limitate risorse di velivoli e di personale sono sottoposte ormai da lungo tempo a un carico di lavoro che non è ulteriormente sopportabile», recita il documento di Palazzo Chigi sui voli di stato redatto nel settembre 2006. Nel corso dei due anni precedenti 11 tra Falcon e Airbus più una decina di Piaggio 180 dell'Aeronautica hanno consumato i motori. C’erano poi i viaggi con i cinque Falcon della Cai, la compagnia degli 007. E come se non bastassero le flotte di Stato, si sono noleggiati pacchetti viaggio da Eurofly e dalla squadriglia vip dell’Eni. Infine si è persino ricorso eccezionalmente ai Piaggio in dotazione a Esercito, Protezione civile e Finanza. La campagna elettorale del 2006 sarà ricordata come un incubo negli hangar di Ciampino, con tripli turni di piloti e tecnici per far fronte alle telefonate di Palazzo Chigi. Gettonatissima la rotta Roma-Olbia, per i frequenti soggiorni sardi del premier Silvio Berlusconi e del suo nutrito entourage. È durante questi spostamenti che il Cavaliere ha apprezzato le comodità dell’Airbus presidenziale, con salottini e zona letto silenziata. Un lusso di cui ha sentito la mancanza dopo la sconfitta elettorale, correndo subito ai ripari: ha acquistato un Airbus 319 CJ personale. Non uno a caso, ma lo stesso di Eurofly che veniva affittato a spese del contribuente negli anni del governo.Di sicuro, la bolletta finale dei voli di Stato è scioccante. Nel quinquennio del Cavaliere d’alta quota sono stati bruciati oltre 200 milioni solo per i jet dell’Aeronautica. A questi vanno aggiunti 4 milioni per il noleggio degli aerei di Eni ed Eurofly, una quindicina di milioni per quelli dei servizi segreti e qualche manciata di milioni per le “Ferrari dei cieli” della Piaggio destinate alle escursioni dei sottosegretari. Nell’epoca Prodi si sostiene di avere frenato i decolli nel secondo semestre 2006 e tagliato ancora quest’anno: il conto del 2007 dovrebbe essere di “soli” 28 milioni. Poco, rispetto ai 52 di tre anni fa. Ma alla fine in sette anni dalle tasche degli italiani voleranno via 300 milioni.
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