Qualcuno nasce con la camicia, qualcuno con le ali ai piedi. Federico Matteoli, figlio dell’Altero ministro alle Infrastrutture, può vantare di avere sia le ali, sia la camicia: almeno quella con i gradi di pilota della Cai di Roberto Colaninno & Company, che il giovane aviatore è riuscito a strappare di dosso a colleghi più titolati per anzianità aziendale, età, esperienza e figli a carico. Come ha fatto? Matteoli junior era già stato graziato una volta: nella defunta compagnia di bandiera era entrato solo nel 2002, unico e ultimo assunto a tempo indeterminato, con le assunzioni chiuse da mesi. Il papà allora era ministro all’Ambiente. E il suo partito, An, nella vecchia Alitalia contava su Silvano Manera, poi nominato direttore generale dell’Ente per l’aviazione civile (Enac), e Luigi Martini, ex parlamentare, oggi consulente personale di Rocco Sabelli, l’ad della nuova compagnia. Questa volta però il Federico volante sembrava destinato alla cassa integrazione, anche perché l’aereo che guida, l’Md80, finirà in pensione. Invece ecco il colpo di scena: i manager di Colaninno-Sabelli-Martini hanno inventato una graduatoria di anzianità a parte a Milano, la città dove Matteoli junior era stato assunto. E così il figlio del ministro ha potuto scavalcare centinaia di colleghi davanti a lui. Un buon inizio per un’operazione che già ci costa 3 miliardi e 300 milioni: 55 euro di debiti per ciascun italiano, compresi i bambini. F. G.
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Resistere, resistere, resistere. Un motto che Nicola Ferraro da Casal di Principe, consigliere regionale campano, ha trasformato in azione politica. Imprenditore attivo nel settore dei rifiuti e nella gestione delle discariche, ha venduto le aziende dopo la mancata concessione del certificato antimafia: una decisione provocata dalle sue parentele con elementi di spicco del clan dei casalesi. In passato tesserato con Forza Italia, nel 2005 ha trasportato il suo peso elettorale nell'Udeur di Clemente Mastella, diventando segretario provinciale per Caserta e sfiorando l'elezione in Parlamento. Nel Consiglio Regionale presieduto da Sandra Lonardo Mastella ottiene però un incarico di prestigio: la presidenza della prima commissione che gestisce tra l'altro il personale e i rapporti con i comuni. Un anno fa, nella retata che azzera l'Udeur nazionale, finisce agli arresti domiciliari con l'accusa di concussione. I giudici li revocano solo per imporgli l'obbligo di dimora a Casal di Principe, negandogli la possibilità di raggiungere il consiglio regionale e paralizzando così l'attività della commissione da lui presieduta. E Ferraro cosa fa? Si dimette? No, a giugno chiede formalmente che la commissione vada a riunirsi a casa sua. Poi a settembre "L'espresso" rivela che diversi pentiti di camorra hanno fatto il suo nome, indicandolo come un uomo legato al vertice dei Casalesi e attivo nello smaltimento illegale dei rifiuti. Ferraro respinge le accuse. Ma di dimissioni non si parla nemmeno in questo caso. La sua posizione appare comunque imbarazzante per il Pd che continua a proclamare la svolta in Campania. Anche perché Ferraro e l'Udeur lì sono ancora determinanti nel garantire la maggioranza del governatore Antonio Bassolino. Visto che il presidente non molla, la scorsa settimana decidono di dimettersi in massa gli esponenti di centrosinistra della sua commissione. Una mossa voluta dal capogruppo Pd Pietro Ciarlo: cadendo la commissione, deve decadere anche il presidente Ferraro. Finora però la signora Mastella non ha ancora posto la questione all'ordine dei lavori. Intanto l'imprenditore di Casal di Principe ha ottenuto la revoca dell'obbligo di dimora: dal primo febbraio potrà tornare a Napoli e dopo un anno riprendere la sua attività politica. Come se nulla fosse. A proposito: in questo anno di assenza, lo stipendio (11 mila euro tra busta paga e rimborsi) è stato bloccato?
Hanno fatto infuriare persino Brunetta. Proprio nel suo Veneto, proprio nella Regione amministrata dal suo centrodestra, hanno cercato di mettere i boiardi al riparo dalle leggi anti-fannulloni. Nel silenzio delle vacanze natalizie, una circolare ha esentato i top manager della Regione dalle nuove trattenute malattia. Da giugno infatti ai dipendenti pubblici che restano a letto nel periodo iniziale viene decurtato lo stipendio di ogni voce accessoria. Ma il Veneto ha aspettato fine anno prima di varare la norma, con il risultato di dovere chiedere un semestre di tagli arretrati a chi era già caduto vittima dei malanni. Poi dall'inizio del 2008 sono diventati operative le sottrazioni: per ogni giorno di malattia, un usciere del livello più basso perderà otto euro, un funzionario da dieci a 20, un dirigente da 64 fino a 77. Un salasso che dovrebbe dissuadere dalle assenze ingiustificate. Il problema è che i top manager, quei 70 amministratori che siedono nella stanza dei bottoni della Regione guidata da Giancarlo Galan, si sono auto-esentati: per loro non sono previste sanzioni nè deterrenti. Il loro contratto garantisce stipendi da 100 mila euro l'anno in su e non segue le regole della pubblica amministrazione. Una scelta che ha fatto infuriare i sindacati. E che ha spinto Renato Brunetta a scrivere a Galan: «La legge vale per tutti». Ora la Regione cercherà di trovare una soluzione. Sperando che i supermanager non si ammalino prima.
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